martedì 3 ottobre 2017

FITA NAZIONALE / FESTA DEL TEATRO - Intervista al drammaturgo Gianni Clementi

Gianni Clementi ama le tragicommedie, si considera principalmente un autore drammatico e dice di scrivere per il teatro perché è così che le frasi gli si costruiscono nella testa, una dopo l’altra, a formare un dialogo.
Tra i drammaturghi contemporanei più rappresentati in Italia e applaudito anche all’estero, amatissimo dalle compagnie amatoriali e a sua volta molto vicino al mondo amatoriale (“Dico sempre di sì a chi vuole mettere in scena una mia commedia”, afferma), Clementi è stato tra gli ospiti della 30ª festa del Teatro, protagonista di una vivace conversazione tenutasi a Roma Ostia sabato 30 settembre, condotta da Fiammetta Fiammeri nella sua veste di direttrice artistica della manifestazione.
Prima di quell’incontro, gli abbiamo rivolto qualche domanda.

Cosa porta un autore a decidere di scrivere per il teatro?
Il teatro è una malattia: ti resta addosso e non riesci a togliertela più, non ne guarisci. Spesso mi è capitato di voler scrivere un’altra cosa, magari un romanzo o altro; ma poi, inevitabilmente, i personaggi prendono vita e diventano azione: e la scrittura diventa teatro. Ormai mi sono arreso a questa piacevolissima “condanna”: mi viene talmente spontaneo scrivere teatro, che lo scrivo e basta. Ognuno ha il suo ambito-mestiere-specializzazione; non si può fare tutto, bisogna scegliere: se riesco a scrivere per il teatro e qualcuno mette in scena le mie cose, allora significa che davvero il mio ambito è quello, e lo trovo molto soddisfacente.

Come decidere quale storia raccontare tra le tante che passano per la mente?
Non è semplice scegliere. Le mie storie hanno in genere un’incubazione piuttosto lunga: mi può venire un’idea e magari rimane in un angoletto finché poi, pian piano, la vita, l’esperienza, ti porta a somatizzarla, a renderla materia viva. Le idee fantastiche possono venire a tutti, il problema poi è scriverle, riuscire a rendere le idee materia agita. Nel mio caso l’incubazione in genere è piuttosto lunga, ma la scrittura è molto rapida.

Qual è il ruolo di un autore di teatro oggi?
Credo che un autore debba essere testimone del proprio tempo: questi non sono tempi né poetici né fantastici, dal punto di vista etico e morale; l’autore non può far finta che tutto ciò non accada.

Lei tocca spesso nervi scoperti, porta sulla scena storie scomode...
La mia cifra è tragicomica, decisamente. È importante che il sorriso non sia fine a se stesso: scrivere una commedia fine a se stessa, oggi, non lo trovo molto significativo. I tempi in cui viviamo sono difficili, complicati: per questo nelle mie commedie inevitabilmente c’è molta amarezza.

Ma passare questi messaggi proprio attraverso il teatro che cosa dà in più?
Credo che in questo senso il teatro abbia una potenza a sé. Paradossalmente, parliamo di un ambito e di un pubblico ristretto; ma questo pubblico ha una forte spinta, c’è un “motivo” che lo porta a prendere, uscire, cercare un parcheggio, pagare un biglietto per andare a teatro, pur con la televisione che imperversa ad ogni ora. È incredibile. Il teatro ancora oggi ha una forza intrinseca senza eguali: per tutte queste ragioni lo spettatore che va a teatro può portarsi a casa qualcosa di importante.

Gli autori di teatro, quindi, hanno una resposabilità particolare?
Credo sia una grande responsabilità. Ormai si va sempre più verso un teatro di intrattenimento, richiesto dalle produzioni, che vogliono spettacoli brillanti, sostenendo che la gente vuole ridere, non vuole pensare ai problemi… Ma la gente non è stupida. Magari vuole anche ridere, certo. Ma ripeto che di questi tempi, con quello che viviamo ogni giorno, penso che la risata fine a se stessa sia anacronistica.

Pensa che in questo senso il teatro amatoriale potrebbe rivestire un ruolo importante?
Ho grande stima del teatro amatoriale: il fatto che delle persone decidano, dopo una giornata di lavoro, di non buttarsi sul divano davanti alla tv ma di vedersi, sedersi attorno ad un tavolino a leggere un copione, penso sia già eroico di per sé. Proprio per questo, va benissimo che ci siano compagnie che decidano di focalizzarsi più sul teatro d’intrattenimento, ma penso che proprio il teatro amatoriale potrebbe osare un po’ di più, avere un po’ più di coraggio e di curiosità. Compagnie che lo fanno ci sono, e anche molto bene. 

Gianni Clementi, qui con la direttrice artistica della Festa 2017, è stato protagonista di una conversazione sulla drammaturgia e sul ruolo della scrittura teatrale oggi
 

Nessun commento:

Posta un commento